Bibliography:
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AA.VV., Paesaggi, Edizioni Franz Paludetto, Turin, 1991
AA.VV., Anni Novanta, Mondadori Edizioni, Milan, 1991
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Silvio Wolf, Trasfigurazioni. La fotografia degli artisti italiani anni ’90, Federico Motta Editore, Milan, 1994
Elio Grazioli, Angela Vettese, But and if, A&M Bookstore Edizioni, Milan, 1997
AA.VV., Due o tre cose che so di loro… Dall’euforia alla crisi. giovani artisti a Milano negli anni 80, Mondadori Edizioni, Milan, 1998
Marco Mazzucconi, Mostra con vista, Edizioni Franz Paludetto, Turin, 1998
Laura Cherubini, Guaita, Kaufmann, Mazzucconi, Pellegrin, Galleria Lidia Carrieri, Rome, 1998
AA.VV., Futurama: Frequenze e segnali dalle ultime generazioni. Centro per l’Arte Contemporanea Luigi Pecci, Gli Ori, Prato, 2000
Giulio Ciavoliello, Dagli anni ’80 in poi: il mondo dell’arte contemporanea in Italia, Artshow edizioni, Milan, 2005
Marco Meneguzzo, Essere non qui, Primo Marella Gallery, Milan, 2017
AA.VV., Liberi tutti! Arte e società in Italia. 1989 – 2001. Museo Ettore Fico, Taibooks, Turin, 2017
Luca Beatrice, Revolutions 1989-2019. L’arte del mondo nuovo 30 anni dopo, NFC Edizioni, Rimini, 2019
Marco Meneguzzo, Promenade, Primo Marella Gallery, Milan, 2018
VV., Abstract vs Optical 1, Primo Marella Gallery, Milan, 2020
Giulia Zompa, Il Cangiante. Una mostra di Corrado Levi, Postmediabooks, Milan, 2025
Critical excerpts:
[Elio Grazioli, But and if, A&M Bookstore Edizioni, Milan, 1997]
Potemmo – sperando così di rivoltare a nostro favore una trappola che l’artista stesso ha predisposto tempo fa con il titolo di un ciclo di sue opere: “Annuncio d’identità”- descrivere Mazzucconi come una personalità decisa, squadrata, sicura, determinato a dare un’immagine chiara di sé e senza nodi, e a farsi accettare per come si presenta e per quello che offre.
Nessun timore apparente dell’immagine che gli altri possono farsi di lui, perché è altrettanto chiara e voluta, sia se è positiva sia il contrario: essa, appunto, è un “Annuncio d’identità”, insieme una comunicazione – un “annuncio” in senso pubblicitario – di un’intenzione d’essere, e un apparire su cui in realtà sono gli altri a proiettare un’identità che presumono di trovarvi dietro. Particolare rovesciamento ad arte, questo dei metodi della pubblicità commerciale, che M. ha reso esplicito esponendo opere come manifesti pubblicitari, negli appositi spazi previsti a tal fine. Ma del resto, se buona parte degli oggetti che M. fotografa sono oggetti costruiti da lui stesso e che, invece, si direbbe, di essere esposti come “sculture”, vengono fotografati per essere esposti come “fotografie”, queste ultime non sono altro, in un certo senso, che la “pubblicità” di quelli e del loro autore, del suo “stile”- o forse, più radicalmente, dell’arte stessa, che in sé sembrano quasi perfino rinunciare a rappresentare. Pochi tratti dunque, pochi per volta, per aumentare le garanzie di efficacia e di controllo. Senza tuttavia pretendere una tirannia sul senso, ma sfaccettandolo in modo coerente e conforme riconducibile a una forma. Così il senso può allargarsi, aprirsi, slittare, insinuarsi, rinviare, custodirsi, sovra determinarsi, e, per parte sua, l’io che vi si mette in gioco, vi è appunto “in gioco”, diverso dalla propria origine inafferrabile, concentrato invece sul proprio svolgersi, sulle “Chances” che ha di colpire secondo l’altra formula più nota delle serie di M.: “Chances di un capolavoro”- , di risultare dunque lavoro col “capo”, della mente. […]
[Angela Vettese, Punti di vista. Arcangeli Arienti Cavenago Dellavedova Kaufmann Martegani Mazzucconi, Giò Marconi, Milan, 1989]
Il lavoro di Marco Mazzucconi si pone come una “indagine generica sulle diverse maniere di pensare, di percepire, di reagire alle possibilità che ci si offrono; più in generale, di vivere”.
Le sue opere si organizzano per lo più in serie in cui una tematica viene sviscerata e riproposta in diverse configurazioni. L’informale visto dall’uomo e visto dal cane, Chances di un capolavoro, Daltonico e Analfabeta sono i titoli di alcune di esse, definizioni che all’apparenza potrebbero far pensare a un’indagine di natura concettuale sulla natura dell’opera d’arte. Ma questa interpretazione sarebbe profondamente inappropriata: attraverso improvvise fughe dal chiuso ambito analitico, infatti, l’apparente tautologia di Mazzucconi si fa discorso non sull’arte ma sul pensiero e l’azione nella loro globalità, assumendo un afflato umanistico del tutto assente dal concettualismo ortodosso. “Mi curo di tutte le cose importanti della vita: l’amore, l’uomo sotto tutti i punti di vista, da quello biologico a quello cognitivo. Non mi interesso, invece, di teoria pura, come neppure di politica, polemica e strategia”. I suoi lavori si organizzano intorno a una serie di bivalenze materiali e ideative, che spesso si manifestano già dalla preminente forma di dittico. La prima di queste bivalenze riguarda la relazione tecnica-contenuto; l’esecuzione è “”bieco lavoro” che svuota la mente e la rende disponibile a nuove idee: “”mi interessa il lavoro di Boetti” spiega, “perchè formula un’idea cosi brillante poi la riversa in una lavorio ottuso, stupidamente manuale, che poi ritorna ad essere complessivamente qualcosa di magico”, Per questo l’aspetto tecnico nelle opere di Mazzucconi è manualmente piuttosto accurato, a tratti addirittura estetizzante (“anche se cerco di tenermi lontano da ogni ricerca formale”); ma è anche qualcosa che può essere tranquillamente delegato ad altri o a un momento di assenza mentale, in quanto semplice- mente “servile? nei confronti dell’idea. Bivalente è anche la lettura dell’opera: da un lato il primo impatto con l’aspetto formale, la fragranza letterale dell’opera, dall’altro la lettura metaforica e a volte in chiave di ribaltamento ironico. “A questo secondo stadio si accede soprattutto attraverso i titoli, che spesso sono in contrasto con l’apparenza dell’opera. Sono giochi di parole che introducono al gioco mentale che ha generato il lavoro. Se io intitolo un’opera Chance di un capolavoro, ad esempio, sto indicando un circolo logico vizioso in quanto propongo come opera qualcosa che il titolo indica invece solo come l’insieme delle sue precondizioni”. Ma entriamo appunto in quest’ultima serie di lavori, “una piccola idea che mi piacerebbe venisse capita”: Mazzucconi pone di fronte al pubblico le condizioni perchè venga raggiunto un risultato eccezionale, un capolavoro appunto, alludendo non solo al ristretto ambito artistico ma anche agli altri settori della vita. Di fronte a un pezzo di ferro e a un’incudine, a una tela bianca e a un soggetto, a un assemblaggio vegetale, di fronte a un qualsiasi campo percettivo un presunto autore deve operare una scelta e proporre una riorganizzazione. La “grande attesa” di quest’ultima serie di lavori è proprio la scintilla ideativa, di cui si mostrano solo le premesse. La magia del processo creativo, resta inespressa, impenetrabile, ineffabile, un’assenza che si fa il centro dell’opera. A corollario, una riflessione sulle capacità dell’uomo di mutare le cose in- torno a sè; sullo sforzo che sta dietro all’idea; sulla parte che il caso e l’irrazionale giocano nei processi associativi e creativi; sull’orizzonte delle possibilità attuali e del loro futuro, imprevedibile svolgimento. E infine l’ultima, la più importante bivalenza: l’opera c’è in quanto chance, ma è ancora tutta da fare e in questo senso a disposizione del pubblico.
[Giulio Ciavoliello, Dagli anni ’80 in poi: il mondo dell’arte contemporanea in Italia, Artshow Edizioni, Milan, 2005]
[…] A Milano, giovani che avevano vissuto l’esperienza della Brown Boveri, e non solo tra loro, per lo più si produce un’arte che appare formalmente curata, di finitura esemplare, anche se non leziosa. […] Effettivamente, soprattutto se si guarda il lavoro di Marco Mazzucconi, vi è un grande rigore formale, anche quando usa tecniche e materiali disparati, che difficilmente abbineremmo, che a priori fanno pensare a un contrasto stridente. Egli è un vero campione nel conferire nobiltà e decoro a bulloni avvitati in una lamiera, nel far lievitare un materiale pesante così come accade nelle camere d’aria metalliche, nel presentare un frammento fotografico banale nelle versioni bianco e nero e colori, o nel posizionare semplicemente una piuma. Ma qui la forma non è un obiettivo in sé e non è nemmeno un impegno verso la collettività, la morale, il mondo, come lo era la forma avanguardista. Alla fine del Millennio, in Occidente, l’ambiente in cui vive è prorompente e influente; è pervasivo, per esuberanza oggettuale semiotica; e prodigioso, nell’avanzamento progettuale ẹ tecnologico; può essere caratterizzante, perché offre possibilità illimitate per uno sviluppo delle particolarità. Non si può continuare a credere che la società di massa sia solo moltiplicazione indiscriminata, standard anonimato. Marcuse scriveva in modo critico della “identificazione immediata dell’individuo con la sua società e, tramite questa, con la società come un tutto. (…) il soggetto, dell’alienazione viene inghiottito dalla sua esistenza alienata. Ve soltanto una dimensione, che si ritrova dappertutto e prende ogni forma”. Ma ormai i tempi sono maturi perché un individuo, culturalmente attrezzato ed economicamente garantito, allo stato delle cose disponga di altre, nuove opportunità, di numerose dimensioni. Non vi è alienazione se si danno possibilità di riappropriazione. L’uomo a una dimensione di marcusiana memoria appare lontano mille anni luce. Il soggetto, superate le stagioni dell’opposizione e delle rivendicazioni, gli anni Sessanta e Settanta è in grado di prendere, alterare, disporre, riformulare. Marco Mazzucconi parla di lavoro sull’indifferenza. In effetti, con operazioni formalmente riduttive, minimali, egli annulla differenze, uniforma particolarità, edulcora caratteri. Il suo è un lavoro sull’appiattimento dell’origine, condotto con sapienti trasposizioni visive, per distillati formali. In questi casi è l’artista che opera sulle forme che tocca e si avvale di ciò che tradizionalmente la società attua nei confronti dell’individuo: influenza, regolazione, adattamento. Più che esserci appropriazionismo, come nel caso della commodity art emersa negli Stati Uniti con artisti quali Koons e Steinbach, vi è appropriazione da parte del soggetto attraverso la realizzazione di manipolazioni discrete e mai invasive. […]
